Inchiesta Covid Bergamo, si potevano evitare oltre 4 mila morti | L’indagine sulla mancata “zona rossa”

Nell’inchiesta sul Covid a Bergamo e la mancata “zona rossa” che avrebbe potuto salvare oltre 4 mila morti sono indagate una ventina di persone. Tra questi risulterebbero anche Conte, Speranza, Fontana e Gallera. I fatti del 2020

Per la procura di Bergamo, sulla base della consulenza affidata al microbiologo Andrea Crisanti, la mancata zona rossa all’ospedale Alzano Lombardo e Nembro avrebbe portato al decesso oltre 4 mila morti di Covid. Per l’ex Premier Giuseppe Conte e l’ex ministro della Salute Roberto Speranza, che risulterebbero coinvolti nell’inchiesta relativamente a questo capitolo, gli atti verranno inviati al Tribunale per i ministri.

Inchiesta Covid
Inchiesta Covid Bergamo: si potevano evitare oltre 4 mila morti | L’indagine sulla zona rossa (ansa) qnm.it

Tra i 19 indagati nell’inchiesta sul piano pandemico a Bergamo, oltre a Conte e Speranza anche Fontana e Gallera. L’inchiesta durata tre anni e chiusa mercoledì scorso ha seguito tre filoni d’indagine: da un lato il mancato aggiornamento del piano pandemico, bloccato al 2006, che avrebbe potuto non solo arrestare l’avanzamento del virus ma anche garantire quei dispositivi come guanti, mascherine e tamponi per giorni introvabili.

Dall’altro lato il caso dell’ospedale di Alzano. I dubbi si concentrano, in questo caso, non tanto alla chiusura e riapertura del Pronto soccorso dopo la scoperta del primo caso Covid nel febbraio del 2020, quando sull’assenza di interventi nei reparti dove i contagi Covid salivano progressivamente. In sostanza i dati sono due in riferimento alla primavera del 2020: oltre 3 mila morti in provincia di Bergamo e l’impennata di mortalità nella zona Bergamasca, tra fine febbraio e aprile dello stesso anno, di oltre 6.200 persone in più rispetto alla media riferita nello stesso periodo di riferimento negli anni precedenti.

Inchiesta Covid a Bergamo: ipotesi principale “epidemia colposa”

Le complesse e articolate indagini sull’inchiesta Covid a Bergamo sono state condotte dalla Guardia di Finanza e sono consistite nell’analisi di una mole di documenti acquisiti e sequestrati ritenuti di importanza rilevante presso il ministero della Salute, l’Istituto superiore di Sanità, il Dipartimento della Protezione civile, Regione Lombardia, Ats, Asst, l’ospedale Pesenti-Fenaroli di Alzano Lombardo.

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Inchiesta Covid a Bergamo: si potevano evitare oltre 4 mila morti. L’indagine sulla Zona Rossa (ansa) qnm.it

Come riporta l’Adnkronos, in una nota del procuratore capo Antonio Chiappani in merito all’attività investigativa nei confronti dei 19 indagati si legge che la stessa “è stata complessa sotto molti aspetti e ha comportato valutazioni delicate in tema configurabilità dei reati ipotizzati, di competenza territoriale, sussistenza del nesso causalità ai fini dell’attribuzione delle singole responsabilità. Ha consentito innanzitutto di ricostruire i fatti così come si sono svolti a partire dal 5 gennaio 2020“.

Nella provincia di Bergamo, i morti di Covid tra fine febbraio e la fine di aprile 2020 furono 6.200, di cui più di 5.100 a marzo. Tutto il mondo ricorda la foto dei camion che sfilavano con le bare lungo le vie di Bergamo. E dunque, la pandemia era così imprevedibile? Secondo al Procura di Bergamo no. La stessa procura ha chiuso l’inchiesta per 19 indagati con l’ipotesi principale di epidemia colposa. E così per l’ex presidente del Consiglio di allora, Giuseppe Conte e l’ex ministro della Salute Roberto Speranza gli atti arriveranno presso il tribunale dei ministri a Brescia. Tra gli altri indagati anche Attilio Fontana, presidente Regione Lombarda, l’ex assessore al Welfare Giulio Gallera, Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss, Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, Agostino Miozzo, all’epoca dei fatti coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico e l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli nonché il direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito. Secondo i pm si è perso tempo sottovalutando il rischio.

Cosa ha comportato la mancata “zona rossa” a Bergamo: fatti della primavera del 2020

Se si fosse creata la “zona rossa” e dunque la chiusura della Val Seriana dal 27 febbraio 2020 si sarebbero potuti risparmiare ben 4.148 mila morti e 2.659 morti dal 3 marzo. A riferirlo è il microbiologo Andrea Crisanti. La domanda centrale è chi avesse a disposizione i dati. Secondo la procura di Bergamo il Governo, la Regione e i tecnici dell’emergenza Covid. Stefano Merler tracciò all’epoca diversi scenari possibili. Come riporta il Corriere, il peggiore ipotizzava 1.000 casi dopo 38 giorni dal primo caso Covid ufficiale non ipotizzando che quel livello di contagio, nella realtà venne superato già il 29 febbraio. Così, Merler invia a Brusaferro una nota datata 25 febbraio dove riporta il raddoppio del tempo dell’epidemia stimato tra i 3,5 e i 6,1 giorni.

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Inchiesta Covid Bergamo: potevano essere salvate oltre 4 mila persone, l’indagine sulla mancata zona rossa (ansa) qnm.it

Il giorno seguente, durante la riunione del Comitato tecnico scientifico (Cts) non si ritiene però di estendere le restrizioni del Lodigiano a nuove zone. Successivamente, il 28 febbraio, in un’altra riunione, vengono proposte misure secondo un principio di “proporzionalità ed adeguatezza”. Merler invia una mail anche alla Regione Lombardia indicando che l’RO, ovvero l’indice di trasmissione del virus a Bergamo è 1,80, a Codogno 1,84, in Lombardia 2.1. Troppo elevato per poter essere gestito (1 indice max). Più tardi, quello stesso giorno, Fontana scrive al ministero e alla Protezione civile chiedendo “il sostanziale mantenimento” delle misure in corso per la settimana successiva, (2-8 marzo). Ma qualcosa non quadra poiché, negli allegati, la stessa nota riporta l’indice di trasmissione del virus di 2. Questo significava che ogni paziente infetto trasmetteva il virus ad altre due persone.

L’allora premier Conte riferisce che la zona rossa andava usata con parsimonia. L?ex ministro della Salute Speranza firmò un decreto per chiudere la Val Seriana il 5 marzo, cosa che però non fece il premier. Ma nell’inchiesta non c’è solo la mancata zona rossa. Pesano come un macigno anche l’assenza di un piano pandemico, rimasto fermo al 2006 ma anche l’assenza dei dispositivi di protezione per giorni. E questo, nonostante le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Il focus dell’indagine cade anche sulla gestione del personale sanitario dell’ospedale di Alzano e le misure non adottate dal primo caso Covid ufficiale in poi.