Italia fuori dai Mondiali: 8 motivi per cui è giusto non esserci a Mosca 2018

Italia fuori dai Mondiali di Mosca 2018 dopo lo 0-0 in casa con la Svezia. I motivi per cui è giusto non esserci sono tanti: dagli stadi vecchi al vivaio poco considerato, dalle troppe squadre professionistiche a un ct perdente. Cosa fare per ripartire

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    Italia fuori mondiali 2018

    Italia fuori dai Mondiali: lo 0-0 a San Siro contro la Svezia nei play off per Mosca 2018 significa addio all’ultimo treno per accedere alla fase finale della Coppa del mondo, in programma l’estate prossima in Russia. All’andata di Solna, infatti, gli Azzurri avevano perso per 1-0 e non sono riusciti a rimontare (avrebbero dovuto vincere con due reti di scarto). Era dal 1958, 60 anni fa, che l’Italia del calcio non mancava una fase finale dei Mondiali. Fin dal fischio finale dell’arbitro, è iniziato il processo in pubblica piazza al commissario tecnico Giampiero Ventura, ai vertici federali, al movimento, ai calciatori. Tutti colpevoli, è vero, ma ora andremo a elencare tutti i motivi per cui è giusto non esserci a Mosca 2018.

    Giampiero Ventura: un CT non all’altezza

    Giampiero Ventura

    Un altro dei motivi che ci fanno dire che è giusto non vedere l’Italia ai prossimi Mondiali, quelli del 2018 in Russia, è il commissario tecnico. E’ stato scelto Giampiero Ventura perché era l’unico che si poteva liberare. I big non volevano o erano già accasati. Ma Ventura è arrivato in azzurro senza aver mai vinto nulla con i club che aveva allenato. E questo conta. Per avere Antonio Conte la Figc aveva fatto i salti mortali e speso tanto, ora serve qualcuno che possa davvero portare la sua esperienza e ricompattare il gruppo. Uno come Carlo Ancelotti sarebbe l’ideale. Vincente, esperto, al momento libero da impegni.

    Forse Carletto vuole ancora un club, ma la Federazione può e deve fare tutto il possibile per dargli la panchina della Nazionale. Altri nomi? Da Mancini ad Allegri, al ritorno di Conte. L’importante è che il prossimo ct sappia come si vince.

    La Federazione calcio lontana dai veri problemi del calcio

    Carlo Tavecchio

    Da Carlo Tavecchio, presidente federale, in giù la Figc in questi anni è parsa troppo lontana dai veri problemi del calcio. Uomini attaccati alle poltrone, che poco hanno fatto per invertire la rotta di un movimento che non da oggi annaspa. Gli ultimi Mondiali, dopo quello vinto nel 2006, stanno lì a dimostrarlo: eliminazione ai gironi nel 2010 e nel 2014. Un campanello d’allarme che non è stato preso in considerazione perché l’Italia ha avuto dei picchi positivi agli Europei (secondo posto nel 2012 e quarti di finale nel 2016).

    Se Giampiero Ventura salterà – e tutto lascia pensare che sarà così, sarebbe il caso di azzerare anche i vertici federali. E’ stato Tavecchio a scegliere Ventura: ora si prenda le sue responsabilità e rimetta il mandato. Si deve ripartire da capo. Non continuare a vivacchiare, senza riforme, al soldo delle televisioni.

    Giocatori deludenti

    Marco Verratti

    Abbiamo pareggiato 0-0 con la Svezia, avversario sicuramente alla portata. Dopo aver perso 0-1 in trasferta. In 180′ non abbiamo segnato nemmeno una rete. Che l’Italia stia vivendo una grossa crisi di attaccanti è sotto gli occhi di tutti. Immobile, Belotti, Gabbiadini, Zaza, Eder: chi di questi vi convince? Certo, il primo è capocannoniere quest’anno, ma i meccanismi della Lazio non sono quelli della Nazionale. Belotti potrà essere la colonna portante del prossimo ciclo. Ma gli Altobelli, i Vialli, i Del Piero non ci sono al momento. Gente che risolveva con una giocata una partita, ma anche carismatica.

    Pure a centrocampo manchiamo di uomini determinanti. Finita l’era di Pirlo, sognavamo un Verratti alla sua altezza. Ma il ‘parigino’ finora non ha mai saputo prendersi sulle spalle una squadra intera. E’ ancora abbastanza giovane, lo possiamo attendere. Ieri ha giocato Jorginho, oriundo, e ha giocato pure abbastanza bene. No, il problema non sta negli oriundi. Rispetto ad altre nazioni, ne abbiamo pochissimi. Uno, al massimo due. E nel 2006, ad alzare la Coppa, ce n’era uno, Camoranesi.

    La difesa? La Bbc ha fatto il suo tempo. Forse bisognava insistere maggiormente su forze fresche come Rugani e Caldara. Toccherà al prossimo ct farlo.

    Troppa importanza ai club, poca alla Nazionale

    Allenamento Italia

    Chiudiamo con un motivo ‘vecchio’. Sì, perché i club e la Federazione si sono scontrati spesso. Da una parte, il ct che chiede di fare stage ogni tot di tempo per poter conoscere meglio il materiale a sua disposizione e far sentire l’odore di azzurro anche ai più giovani. Insomma, un commissario tecnico che cerca disperatamente di fare gruppo. Dall’altra, gli allenatori dei club, poco propensi a lasciare i ragazzi nelle grinfie di qualcun altro tra un big match e l’altro.

    Finora, hanno sempre vinto i club. Vuoi perché i giocatori sono stipendiati dalle Società, vuoi perché la Figc è sempre stata troppo debole, vuoi perché alla fine in qualche modo l’Italia l’ha sempre sfangata. Questa volta no. E chissà che ora non possano diventare realtà stage e allenamenti anche durante il campionato e la lotta scudetto.

    Il mancato investimento sui settori giovanili

    Pietro Pellegri

    Compriamo, anche mezzi giocatori, dall’estero. Spendendo parecchi soldi solo per dare in pasto al tifoso il nome esotico. Soldi che potrebbero essere utilizzati per investire sul settore giovanile, che rappresenta il vero futuro non solo dal club, ma anche della Nazionale italiana di calcio. Investire su tecnici preparati, su infrastrutture, su uomini scouting. Da troppi anni, non si investe sui giovani. In prima squadra ne arrivano pochissimi e quei pochi fanno quasi sempre panchina o giocano scampoli ininfluenti di partite.

    Anche in questo caso, all’estero va diversamente. La Germania e la Spagna che hanno dominato la scena negli ultimi 7-8 anni, sono ripartite proprio dai vivai. E ora hanno non solo la prima squadra, ma anche l’Under 21 che è potenza mondiale. Come dire che pure il futuro prossimo è assicurato.

    Qualcosa si muove anche da noi, è vero. Qualcosa che fa sperare in futuro meno nero: da Donnarumma a Pellegri, chissà che non si possa tornare a fare bene. Ma l’inserimento dei giovani tra i titolari non deve essere un fatto sporadico, affidato a qualche allenatore più coraggioso. Deve diventare la norma, magari inserendo un minimo di calciatori sotto i 21 anni da far giocare.

    In Francia, reduce da due mancate qualificazioni ai Mondiali – 1990 e 1994 – venne inaugurato il Centro tecnico nazionale di Clairefontaine, un’accademia per la formazione dei talenti calcistici francesi. Da qui sono usciti Anelka, Saha, Gallas, Henry. E oggi c’è Mbappè. Nel 1998, in casa, Zidane e compagni vinsero il loro Mondiale.

    Troppe squadre professionistiche

    Soccer: Serie A; Juventus Benevento

    Il Benevento ha ancora 0 punti. Un record. Figlio di una campionato di serie A a 20 squadre, che sono davvero troppe. E portano a giocare non un vero e proprio torneo, ma due campionati, una A1 e una A2. Bisogna ridurre il numero di squadre, al più presto, tornando alla formula a 18 squadre. Ma vanno ridotte anche le squadre del campionato di serie B, che adesso sono addirittura 22.

    Insomma, serve una riforma seria dei campionati. Qualcuno deve prendersi la responsabilità di farla. Anche a costo di scontentare in tanti. Troppe squadre professionistiche determinano tornei meno interessanti, meno competitivi. E quando usciamo dai confini nazionali, non siamo più abituati a sfide ad armi pari, di livello alto.

    Mancano le squadre Primavera tra i professionisti

    Calcio: Campionato Primavera; Roma Inter

    In Spagna, il Real Madrid B e il Barcellona B giocano tranquillamente tra i professionisti. Da noi, invece, le squadre Primavera si sfidano tra di loro. Così, però, i ragazzi non imparano a confrontarsi con gente più forte e anziana. E quando lo fa, ha già 20 – 21 anni e, come detto prima, non sempre trova spazio. Non bastano i prestiti delle grandi alle piccole. Bisogna far sì che Juve, Inter, Milan, Roma, Lazio, Napoli e via possano iscrivere le squadre B alla Lega Pro o anche alla serie B. Solo così si creano giovani in grado di ben figurare poi ad alti livelli.

    Stadi vecchi e non di proprietà

    Stadio San Paolo di Napoli

    L’Italia è un Paese per vecchi, anche negli stadi. Che spesso sono al limite della chiusura (vedi il San Paolo di Napoli), ma che restano aperti grazie a deroghe su deroghe. Stadi vecchi significano meno gente perché se gli ultras seguono la propria squadra con qualsiasi tempo, non è così per il resto degli appassionati, che cerca comodità (vedi copertura se piove) anche quando va a tifare. Meno gente significa meno introiti, meno interesse, meno soldi per ammodernare le strutture.

    Gli stadi di proprietà sono una grande mancanza nel nostro Paese. Contrariamente a ciò che succede all’estero, dove la maggior parte dei club ne ha uno. In Italia, solo Juventus, Sassuolo, Udinese e Frosinone se ne sono costruito uno. E la differenza si vede: impianto moderno con tutte le comodità del caso, campo più vicino agli spalti, bar, centri commerciali. Siamo indietro, e non da ieri sera a Milano, da questo punto di vista. Ma da noi si preferisce litigare su dove costruire lo stadio nuovo piuttosto che fare.