Laurea: verso l’abolizione del valore legale del titolo di studi

Laurea: verso l’abolizione del valore legale del titolo di studi
da in Soldi e Carriera
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    Laurea: verso l’abolizione del valore legale del titolo di studi

    Una vera e propria rivoluzione potrebbe investire l’Università nei prossimi mesi. Nel nuovo decreto legge sulle semplificazioni sono stati inseriti numerosi punti che riguardano l’Università e la scuola in generale, con l’intenzione di riqualificarla e renderla così più competitiva. Nel mirino del governo Monti è finito valore legale dei titoli di studio e degli atenei della penisola.

    Partiamo dal titolo di studi. Anche se fino ad oggi tutti si sono affrettati a smentire che nel testo del decreto verrà inserita l’abolizione del valore legale della laurea, nei fatti è proprio quel che succederà, soprattutto in riferimento ai concorsi pubblici. La proposta illustrata dal premier Mario Monti al Capo dello Stato Giorgio Napolitano farà cadere il vincolo del tipo di laurea per i concorsi, nel senso che non conterà la facoltà frequentata ma basterà un titolo qualsiasi.

    Il decreto sulle semplificazioni prevede infatti all’articolo 9 “l’equiparazione dei titoli di studio e professionali nei casi in cui non sia intervenuta una disciplina di livello comunitario”, il che esclude ad esempio la laurea in medicina. In ogni caso, soprattutto nella scelta dei quadri dirigenti della pubblica amministrazione, conterà molto più la capacità e la professionalità dimostrata durante il concorso che il “pezzo di carta”. Una novità positiva o negativa? Vediamolo.

    Prima di esprimere un giudizio analizziamo anche le altre novità che colpiranno il settore Università. Sempre per quanto riguarda i concorsi, sarà effettuata una revisione del criterio legato al voto di laurea, che non avrà alcun peso come elemento di punteggio. Quindi non ci saranno punti in più in base al tipo di laurea e al voto ottenuto. Più importante ancora, dal prossimo anno accademico tutti i corsi dovranno avere il via libera dell’Anvur, l’agenzia per la valutazione del sistema universitario.

    Si tratta di un diverso accreditamento delle singole università, che di fatto non saranno più tutte uguali ma peseranno in maniera diversa a seconda del prestigio e dei risultati accademici e di ricerca. I giudizi sono contrastanti: c’è chi parla di democratizzazione dei concorsi e chi invece di svilimento e classismo. E’ giusto questo declassamento cui andranno incontro alcuni atenei italiani? Non del tutto, a nostro giudizio. Vero è che si è avuto un proliferare di facoltà e corsi di laurea inutili solo per spillare soldi, ma questa riforma che nel complesso vorrebbe aprire il mondo dei concorsi pubblici ad un numero maggiore di utenti per garantire parità, nei fatti rischia di diventare discriminatoria.

    Dire che è più importante l’impressione data in sede di concorso rispetto al pezzo di carta è corretto, però eliminare dal calcolo il voto di laurea ed ogni distinzione di titolo per l’accesso rischia di esporre ancora di più il settore pubblico al rischio raccomandazioni. Inutile fingere che non sia pratica consolidata nel nostro Paese, ma almeno fino ad oggi qualche barriera c’è stata. Pensate cosa accadrebbe con concorsi aperti a tutte le lauree senza distinzione di voto e con peso diverso per prestigio dell’Università.

    Ovviamente questo segnerebbe anche la morte di molti atenei e il sovraffollamento di altri, quelli che sulla carta sarebbero i più validi e prestigiosi, che però per motivi economici e di distanza geografica non tutti possono permettersi. A guadagnare da questa distinzione sarebbero soprattutto gli istituti privati, perché è innegabile che molte delle università considerate eccellenti siano private o semi-private. Ricordiamo anche che il prestigio sulla carta è ben diverso dall’esperienza vissuta poi quotidianamente dagli studenti, e nei piccoli atenei con professori meno blasonati spesso si impara meglio che nelle grandi aule sovraffollate.

    Senza le necessarie modifiche questa riforma rischia di creare un ibrido che invece di rendere più democratico l’accesso ai concorsi di fatto finirà per chiuderlo a tutti coloro che non possono permettersi la grande Università. Il voto, poi, un peso seppur minimo dovrebbe continuare ad averlo: non credete ci sia differenza tra chi si laurea con 110 e lode in cinque anni e chi con 80 in sette? Questa differenza di rendimento dovrebbe valere quando si “gareggia” per l’accesso ad una posizione di lavoro, altrimenti rischiamo di avere una pubblica amministrazione sempre più dequalificata.

    Novità interessanti arrivano invece per le università telematiche, che rilasciano a distanza lauree e persino dottorati. La bozza del decreto sulle semplificazioni cancella i privilegi ottenuti grazie al cosiddetto “emendamento Cepu” dell’ex ministro Gelmini e stabilisce che vengono escluse “tutte le università telematiche dalla ripartizione di una quota dei contributi di cui alla legge sulle università non statali legalmente riconosciute”.

    Infine novità anche per i ricercatori di tutte le facoltà. Innanzitutto quelli con contratto a tempo indeterminato non potranno più gestire compiti di tutorato e didattica integrativa ma dovranno concentrarsi solo ed esclusivamente sulla ricerca. Un passo in avanti visto che ad oggi molti ricercatori vengono utilizzati per alleggerire il carico di lavoro dei professori. Novità anche per i concorsi che cancellarà la pratica dei concorsi blitz: i bandi per i posti da ricercatore dovranno essere pubblicati in Gazzetta Ufficiale.

    Intanto Confindustria plaude alla riforma, passo importante per garantire una vera liberalizzazione dei settori, ma sottolinea anche necessità di affiancare studenti e famiglie nelle scelte degli atenei per capire quali siano i percorsi maggiormente utili in base alle scelte lavorative. Al contrario Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, afferma che nel privato non cambierà nulla perché nelle aziende si è già abituati a valutare ogni aspetto del candidato e non solo i numeri.

    Foto AP/LaPresse

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