Aumento Iva 2013: per il governo Letta è inevitabile

Aumento Iva 2013: per il governo Letta è inevitabile
da in Fisco e Tasse, Soldi e Carriera
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    Aumento Iva 2013: per il governo Letta è inevitabile

    La telenovela sull’aumento Iva 2013 non sembra mai avere fine: tra una smentita e una confrma pare proprio che da inizio ottobre l’aliquota ordinaria Iva dovrebbe passare dal 21% al 22%. Il governo Letta, dopo il rinvio di luglio, forse non riuscirà a compiere di nuovo il miracolo. Il motivo? L’Italia è sotto stretto controllo dell’Unione Europea che spinge perché non si esca dal parametro del 3% nel rapporto tra deficit e Pil. Cosa dobbiamo aspettarci per le prossime settimane? L’aumento Iva sembra ormai inevitabile, un punto percentuale che sembra poco ma in realtà significa molto sia per le casse dello Stato che per le tasche dei cittadini.

    Lo sforzo del governo è sempre stato quello di trovare un modo per rimandare (se non scongiurare del tutto) uno scatto che avrebbe conseguenze pesanti sul potere d’acquisto dei consumatori e, quindi, sull’intero comparto economico. Il destino dell’Iva gira intorno ai soldi: i soldi cui il governo deve rinunciare se decide per lo slittamento e i soldi che sempre il governo deve trovare per finanziare l’intera operazione. Si parla di 4 miliardi di euro necessari per scongiurare l’aumento Iva, fondi che al momento nelle casse dello Stato non ci sono. In realtà era prevedibile fin dall’inizio che la scelta sarebbe stata tra abolizione dell’Imu e blocco dell’aliquota Iva. Sappiamo tutti com’è andata e allora meravigliarsi ora non serve a nulla.

    Il problema è che, dietro i numeri, si nascondo le persone.

    In fin dei conti l’Iva è un argomento sensibile soprattutto per i cittadini perché, in quanto imposta sul valore aggiunto di un bene o servizio, grava interamente sul consumatore finale, mentre le aziende e i professionisti possono detrarla in sede di dichiarazione dell’esercizio di impresa (sono infatti detti soggetti passivi d’imposta). Se l’Iva è da considerarsi un costo, insomma, lo è solo ed esclusivamente per chi gode alla fine del servizio o prodotto, ovvero il consumatore. Quel passaggio dal 21% al 22% ricadrebbe dunque tutto sulle spalle dei comuni cittadini e, trattandosi dell’aliquota ordinaria, è quella cui sono soggetti la maggior parte dei beni e delle prestazioni.

    Quella del 21% non è l’unica aliquota presente nel sistema italiano: accanto ad essa troviamo l’aliquota al 10% (per turismo, ristoranti e alcuni beni alimentari) già oggetto di aumenti nel recente passato, e quella al 4%, la più bassa, che si applica ai beni e servizi di prima necessità. La distinzione è importante per capire come l’aumento Iva andrebbe ad aumentare il prezzo finale di prodotti considerati non primari ma comunque appartenenti a una vasta gamma di tipologie (dall’alimentare al vestiario passando per lo svago). Tutti costi extra con cui ognuno di noi dovrà fare i conti. Il rischio più evidente è quello di esporre le famiglie, che già faticano ad arrivare a fine mese, a spese extra che ricadrebbero inevitabilmente sui consumi. Prezzi più alti portano a meno consumi e quindi a riduzione degli scambi interni. A meno che il governo non riesca nel miracolo di rimandare almeno al 2014 l’aumento. Staremo a vedere.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN Fisco e TasseSoldi e Carriera Ultimo aggiornamento: Giovedì 19/09/2013 15:51
     
     
     
     
     
     
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