Venezia chiama e il teatro risponde: nella laguna arriva una direzione nuova, firmata Willem Dafoe, che mette in campo silenzio, rigore e immagini potenti. L’apertura con Miyagi e Banushi sembra una dichiarazione di poetica: arte come respiro, non come slogan. Ma è purezza o disimpegno?
La Biennale Teatro sotto la guida di Willem Dafoe nasce con un’ambizione chiara. Non stupire a ogni costo. Piuttosto, fare spazio. Spazio al gesto, alla voce, all’attenzione. A Venezia questo suona quasi come una provocazione gentile: togliere, non aggiungere. Nel frattempo, fuori dal palcoscenico, torna l’eco di una vecchia disputa sul cosiddetto “disimpegno” artistico. Da De Gregori a Bennato e quel “sono solo canzonette”, la domanda resta: l’arte deve prendere posizione esplicita o può agire in altro modo?
Un attore-regista davanti alla scena
Dafoe non arriva qui da turista del teatro. È stato membro fondatore del The Wooster Group a New York, laboratorio che ha plasmato un’idea fisica e visiva della scena. Chi lo ha visto lavorare sa che predilige la precisione, il corpo come strumento, l’immagine come pensiero. Portare questo sguardo alla Biennale significa testare un’ipotesi: la politica del palco può essere composizione, ritmo, ascolto. Non solo dichiarazioni.
Il punto si fa chiaro a metà programma, quando l’apertura mette in primo piano Satoshi Miyagi e Banushi. Miyagi è un regista che pratica il rito. Penso alla sua Antigone ad Avignone 2017, nel cortile del Palazzo dei Papi, con l’acqua a lambire i movimenti. Quel lavoro aveva un suono secco e insieme corale. Maschere senza maschere, precisione di coro, una lentezza che non è mai inerzia. Qui la parola chiave è “respiro”. Se guardi bene, il suo teatro non scappa dalla realtà: la distilla.
Su Banushi, al momento in cui scrivo, non circolano sinossi ufficiali complete sul progetto che arriva a Venezia. Il suo nome è legato a regie sobrie, a un’attenzione chirurgica per il movimento e per l’ellissi. Se la scelta di Dafoe è coerente, l’idea potrebbe essere quella di affiancare due forme di essenzialità: la sospensione rituale di Miyagi e una scrittura scenica asciutta, quasi “povera”, di Banushi. Una doppia sottrazione. Non un’assenza, ma un invito a guardare meglio.
Purezza o disimpegno?
Qui sta il bivio. C’è chi vede nella “purezza” un gesto di fuga. E c’è chi la riconosce come un’altra strada verso il conflitto del presente. Il teatro non è un comunicato. È un patto tra sala e palco. Quando Miyagi orchestra voci e silenzi, parla di potere, colpa, memoria. Non lo fa con un cartello, ma con il tempo del corpo. Questo è disimpegno? O è un modo diverso di entrare nella carne del politico?
La direzione di Willem Dafoe espone a un rischio calcolato. Se l’estetica diventa morbida coperta, allora sì, tutto scivola via. Ma se l’estetica taglia, allora la scena ricuce domande. A me, spettatore medio e distratto, capita di accorgermene quando, uscendo, mi porto dietro non un’opinione pronta, ma un’immagine che non molla. Una torcia accesa in fondo al corridoio.
Forse la stagione che si apre alla Biennale Teatro chiede proprio questo: restare nel dubbio attivo. Chiedersi se la bellezza, quando è precisa, non sia già una forma di responsabilità. E capire, guardando Miyagi e Banushi, che certe parole – “purezza”, “disimpegno” – vanno maneggiate come vetro sottile. La domanda che resta, camminando tra le pietre umide dell’Arsenale, è semplice: di quanta ombra abbiamo bisogno per vedere davvero la luce?