Genova ha il passo lungo dei porti: gente che lavora, navi che arrivano, parole che cambiano direzione. In banchina, tra caschi gialli e bandiere spiegate, una voce si alza e chiama per nome un dubbio antico: fin dove può spingersi la coscienza quando la guerra bussa ai magazzini?
A Genova l’aria sapeva di sale e di contraddizioni. La presenza di Francesca Albanese, relatrice speciale Onu dal 2022 sui territori palestinesi occupati, ha raccolto attorno ai moli il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali e delegati USB. Toni fermi, sguardi diretti. Nessuna scenografia. Lei ha parlato di responsabilità, loro di turni e buste paga, tutti di una domanda concreta: cosa significa, oggi, dire no a un carico che puzza di guerra?
C’è un antecedente che pesa. Nel 2019 i portuali genovesi fermarono l’imbarco su una nave saudita collegata alla rotta della guerra in Yemen. Lo stop fece il giro d’Europa, coinvolse porti come Le Havre e Santander e aprì un varco: dal molo, si può davvero incidere sulla rotta delle armi?
L’incontro di ieri ha rimesso il tema al centro. Albanese non ha usato giri di parole. Ha evocato l’articolo 11 della Costituzione, quello in cui l’Italia “ripudia la guerra”. Non è solo un’idea nobile. È un criterio, ha insistito, per leggere il presente: se ripudi la guerra, non puoi normalizzare un’economia di guerra. Quando la catena logistica rischia di trasformarsi in vettore di crimini, la bussola torna lì, alla coscienza che si fa atto.
Cosa significa obiezione di coscienza oggi
Parole grandi, ma con piedi di piombo. In Italia l’obiezione di coscienza ha una storia giuridica precisa: dal servizio militare sostituito dal servizio civile alla tutela in ambito sanitario. È meno definita, invece, sul terreno del lavoro portuale e della logistica. Nessuna legge oggi riconosce esplicitamente il diritto del singolo dipendente a rifiutare un carico “per motivi etici”, a meno di violazioni accertate. Qui entrano in gioco altri strumenti: la legge 185/1990 che vieta l’export di armi verso Paesi in conflitto o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani; le procedure di sicurezza; la contrattazione sindacale; lo sciopero. Il confine è sottile e richiede prudenza: si può dire no, ma serve una base legale chiara. Su questo si muove la proposta che USB sta elaborando con i portuali. I dettagli non sono pubblici: per ora è una traiettoria, non un regolamento.
Intanto i numeri ricordano quanto la posta sia alta. Secondo analisi indipendenti, l’Italia è stabilmente tra i primi dieci esportatori mondiali di sistemi d’arma. Le autorizzazioni annuali, riportate nelle relazioni ufficiali, valgono diversi miliardi di euro. Non sono solo “armi”: spesso si tratta di componenti, software, doppio uso. È qui che la coscienza fa più fatica a orientarsi. Un generatore è solo un generatore? Un algoritmo è solo codice?
Porti, armi, responsabilità
A rendere la scena di Genova diversa da un talk, però, sono i dettagli. Un delegato mostra i guanti macchiati di grasso. Racconta la bolla di carico con codici che nessuno decifra fino in fondo. Dice: “Se sbaglio io, rispondo io”. È la stessa frase che rovescia il tavolo. Perché tra la teoria e il piazzale c’è il lavoro concreto, e il lavoro chiama in causa tutti: chi firma le autorizzazioni, chi prepara la spedizione, chi controlla i documenti, chi solleva i container.
Albanese, da giurista, tiene il filo: l’obiezione alla guerra non è uno slogan, è un diritto che nasce dalla Costituzione e si misura con le leggi vigenti. Non basta la rabbia, serve una cornice legale, serve trasparenza nelle filiere, servono tutele reali per chi dice no senza voler perdere il posto.
Mi colpisce una cosa: quando la parola coscienza risuona tra i container, non si fa astratta. Diventa postura del corpo, decisione di un turno, macchia di olio su una tuta blu. La domanda resta lì, a fine turno, con il mare che sbatte piano: in un Paese che ripudia la guerra, quanto siamo pronti a proteggere chi sceglie di non caricarla?