Un’Italia di boschi, campi e periferie dove i cinghiali scendono al tramonto e i trattori tirano dritto. In mezzo, una riforma discussa e una frase che divide: i cacciatori come “bioregolatori” della diversità. È il cuore di un confronto che tocca sicurezza, campagne, città.
C’è un’Italia concreta che chiede soluzioni. Strade dove gli animali attraversano all’improvviso. Ortive sradicate in una notte. E amministratori che ricevono segnalazioni a raffica.
Dentro questo quadro si muove il Ddl caccia, già approvato dal Senato e ora atteso alla Camera. In un’intervista esclusiva a Tgcom24, il presidente della Federazione Italiana della Caccia, Massimo Buconi, lo sostiene senza giri di parole. Dice che i cacciatori sono “bioregolatori della diversità”. La formula resta in testa. Divide subito. Ma invita anche a capire il perché.
Prima, i fatti. La pressione di alcune specie, soprattutto i cinghiali, è cresciuta. I dati sul numero reale variano a seconda dei metodi di conteggio. Non c’è una stima unica e certa a livello nazionale. Ma cresce il numero delle segnalazioni, dei danni ai campi, dei rischi sulle strade. E c’è la spina della peste suina africana, già rilevata in più regioni del Centro-Nord, con effetti seri sulle filiere.
Il disegno di legge interviene sulla gestione faunistica. Coordina meglio i piani di controllo con il supporto tecnico di ISPRA. Accelera le procedure dove i danni o i rischi per la sicurezza sono documentati. Aggiorna parti della legge 157/1992. In pratica, quando un Comune segnala branchi in aree sensibili, le autorità potranno attivare misure più rapide. Il testo punta anche su formazione, monitoraggio e tracciabilità degli interventi. Il dettaglio operativo dipenderà dai regolamenti attuativi e dalle scelte regionali.
Qui entra la tesi di Buconi. Secondo il presidente Federcaccia, chi va in campagna, osserva, conta, si assume una quota di responsabilità. Rivendica ore di volontariato per recinzioni, segnalazioni, battute di selezione. Vede nella caccia di selezione uno strumento regolato, non una scorciatoia. E cita esperienze locali: filiere di carne selvatica tracciata, progetti con veterinari pubblici, app per il monitoraggio.
Le obiezioni esistono e pesano. Le associazioni ambientaliste temono un allargamento dell’attività venatoria, con più pressione sugli animali e più rischio per i cittadini. Chiedono verifiche indipendenti, prevenzione passiva (recinzioni, corridoi faunistici, catture selettive non letali), controlli affidati a personale pubblico. Ricordano che senza dati solidi e coordinamento, ogni “controllo” può fallire l’obiettivo.
La parola chiave, al netto degli slogan, è “equilibrio”. Equilibrio tra biodiversità, agricoltura, città. Tra tutela e gestione. Tra emergenza e programmazione. Gli studi europei indicano che il controllo funziona solo con obiettivi chiari, limiti temporali, monitoraggi prima e dopo. Senza questo, si sposta il problema, non lo si risolve.
C’è poi una questione di linguaggi. “Bioregolatori” suona forte. Può motivare chi già presidia il territorio. Può irrigidire chi vede nella fauna un bene da proteggere senza eccezioni. Forse la chiave sta nelle prove: contare meglio, rendere pubblici i risultati, misurare danni evitati e incidenti ridotti, valorizzare le pratiche che funzionano, correggere quelle che non reggono ai numeri.
Intanto, nelle sere d’autunno, un fruscio nel granturco basta a far voltare la testa. È natura che avanza o disordine che cresce? Dipende anche da come, tutti, decideremo di stare sul campo. Con più ideologia o con più dati? Con urla, o con passi lenti e responsabili dentro l’erba alta?
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