Antifascisti a Lecco Multati per Protesta contro Manifestazione di Nostalgici del Fascismo

In una città che aveva appena scelto di chiudere gli spazi a chi riabilita il passato nero, poche settimane dopo scoppia il paradosso: la piazza si riempie, la memoria si accende, e a pagare sono i manifestanti antifascisti. Non uno slogan, ma un cortocircuito civile che a Lecco ha un giorno, un numero, dei volti.

Antifascisti a Lecco Multati per Protesta contro Manifestazione di Nostalgici del Fascismo

A Lecco, il 30 marzo 2026, il Consiglio comunale approva una delibera chiara: niente spazi pubblici a chi legittima o riabilita figure legate al regime fascista. È un atto politico e simbolico. Un messaggio su come raccontare la memoria in città. La decisione fa discutere, ma molti la leggono come un argine netto.

Poi, neanche un mese dopo, il 27 aprile, la Questura autorizza una manifestazione di commemorazione per sedici “repubblichini” del battaglione “Leonessa”. Un nome che pesa, per storia e per ferite mai del tutto rimarginate. In centro arrivano fiori, labari, rituali. E con loro decine di sguardi che faticano a restare indifferenti.

Cosa è successo il 27 aprile

Quel giorno si radunano circa sessanta persone. La rete antifascista si fa vedere e si fa sentire. Striscioni, cori, una presenza compatta. La scena è ordinaria per chi frequenta le piazze, ma l’aria è densa: due memorie si guardano da vicino, separate da transenne e da interpretazioni diverse della storia.

Il punto arriva dopo. Nelle settimane successive, ai partecipanti della contro-protesta cominciano ad arrivare comunicazioni di sanzioni amministrative. Si parla di una “valanga di multe”. Il numero esatto, ad oggi, non risulta pubblico: non c’è un dato ufficiale consolidato, e gli importi non sono stati resi noti nel dettaglio. Il termine “valanga” fotografa più il colpo d’occhio che la statistica, ma il segnale è chiaro: chi ha contestato rischia di pagare caro.

Per molti, suona come un cortocircuito. Il Comune limita l’uso degli spazi a chi richiama il Ventennio, ma l’evento commemorativo è comunque autorizzato dalla Questura, che valuta l’ordine pubblico. La contro-protesta, invece, viene colpita con le sanzioni. Qui, più che una cronaca, compare una domanda: chi decide davvero cosa può stare in piazza?

Il nodo legale tra Comune e Questura

Le competenze, sulla carta, sono distinte. Il Comune gestisce concessioni e sale, ma manifestazioni e cortei ricadono nel Testo Unico di Pubblica Sicurezza. La Questura valuta percorsi, orari, rischi. In sottofondo, le leggi che dal dopoguerra tengono il perimetro: la XII disposizione della Costituzione che vieta la riorganizzazione del partito fascista, la Legge Scelba e la Legge Mancino contro apologia e discriminazione. Ma trasformare questi principi in pratica quotidiana è complesso. Serve provare gesti e parole, non solo proclami.

Nel caso di Lecco, restano alcuni punti fermi e alcuni buchi. Fermo: la delibera del 30 marzo 2026 c’è, e dice ciò che dice. Fermo: il 27 aprile la commemorazione è stata consentita. Bucchi: quante multe sono partite? Per quali violazioni specifiche? In assenza di atti completi e pubblici, è prudente non tirare conclusioni affrettate.

Intanto, la vita concreta scorre: chi ha ricevuto la notifica valuta ricorsi; i collettivi antifascisti preparano memorie difensive; in città si parla di coerenza istituzionale e di confini della libertà di espressione. Qualcuno ricorda che le piazze non sono mai neutre, e che ogni scelta crea precedenti.

Forse, la scena più vera è una sera qualsiasi, quando la piazza si svuota e restano solo i segni a terra. Strisce di nastro, gocce di cera, una parola sbiadita. Ci chiediamo: come vogliamo che si parli di noi, tra vent’anni, in quello stesso punto di spazio pubblico? E chi, allora, riuscirà ad ascoltare senza fischiare?