Gianluca Vialli, il lungo addio

Il problema è stato l’addio. Eravamo quasi abituati all’idea della malattia di Gianluca Vialli, ma certo non eravamo disposti, neanche con il pensiero, ad affacciarci oltre quel precipizio. Camminavamo lungo la terribile linea di confine tra il passato, a cui quel ragazzo apparteneva, con una forza tale da renderlo eterno presente, e l’ignoto: quell’ abisso in cui, se lanci un sasso non senti l’eco, non come puoi sentire l’eco del passato, per quanto lontano.

Il passato di Gianluca era non solo la sua giovinezza, ma la nostra. Quando i giocatori diventano prossimi come un compagno di scuola, il ragazzo del primo piano, il cugino che vedi solo d’estate ma conosci come le tue tasche, ecco, loro ti fregano due volte. Perché sei riconoscente per quello che li hai visti fare in campo e dopo, per ciò che sembrano dirti della vita, anche con il modo in cui sorridono e continuano a farlo, negli anni che passano. Gianluca era uno che sorrideva spesso, così spesso da farti dimenticare la straordinaria bellezza dei suoi occhi. Un temperamento pieno d’ombra li avrebbe resi più sfuggenti, e reso loro giustizia. Ma non era il suo caso darsi arie e non ne aveva bisogno. Gli occhi venivano dopo. Dopo il sorriso, la gentilezza innata e, spiace dirlo ora, la voglia di vivere. Gianluca è stato colpito, mortalmente, in quello che amava di più: vivere. Per colpirti in questo il destino non usa mezze misure,  ti illude con una guarigione provvisoria. E che fosse provvisoria e fragile quella guarigione, Gianluca sembrava averlo compreso, e lo faceva comprendere agli altri con parole dure, insolitamente dure per lui. Non ci siamo mai abituati a quella malattia e fa paura anche solo immaginare quanto poco si fosse abituato lui: un ragazzo che sembrava vivere agli antipodi della fragilità. Ma dopo qualcosa l’ha come scaraventato fuori, nonostante la sua determinazione nel tenersi stretto a questa vita, come un corpo scaraventato da uno squarcio aperto nella carlinga di un aereo. Ha avuto il tempo di salutare, di dire addio, Gianluca, questo sì.

La paura di non farcela

E’ stato un lungo addio, con una dignità quasi d’altri tempi, senza smarrire quella semplicità complessa che le era così congeniale. L’abbiamo visto ridotto un’ombra, con due deboli punti azzurri che erano i suoi occhi. E dopo rianimarsi, per incanto, quando si è avvicinato all’azzurro di una squadra che era stata la sua. Il corpo ha ripreso spessore mentre le sue parole diventavano sempre più rarefatte. In silenzio, certo per non fare ombra, la poca ombra che quel corpo provato ancora poteva, all’amico di sempre. Ma era un silenzio pieno di timore e di scaramanzia, quasi, da parte di chi non sa se la vita vorrà concedergli i tempi supplementari. Non era dato altro tempo, ora lo sappiamo. E certo, da qualche parte dentro di sé, lo sapeva. C’era qualcosa di scaramantico nel salire per ultimo sul pullman, con  i ragazzi che lo attendevano e fingevano impazienza, mentre il suo corpo stanco gli diceva che non avrebbe aspettato, nonostante la sua pazienza, e presto sarebbero andati via insieme. Prima degli altri.

Cosa nascondeva l’abbraccio di Wembley

Si è detto molto dell’abbraccio con Roberto Mancini, quella sera a Wembley, nella stessa città dove sarebbe tornato dopo un anno e un pugno di mesi per provare a stringere i pugni ancora una volta. E’ la stretta di due amici che non vogliono lasciarsi, perché sanno che il distacco sarà per sempre. Non è l’addio ad una squadra, non alla giovinezza. E’ l’addio alla vita. Ed è il segno, inequivocabile, desolante, di come non possiamo far altro che pensarci vivi, stretti alla vita. Non abbiamo un piano B. Conosciamo solo questo mondo anche se, per quanto a lungo possiamo restare da questa parte, lo conosciamo così poco. E’ dura la vita, certo, anche per chi l’ha avuta facile e in apparenza baciata dalla fortuna, ci dice Gianluca. Ma, per quanto difficile ed ingrata possa apparirci, non ci spaventa così tanto se ad attraversare le nostre giornate c’è un amico dal sorriso facile. Diventa tutto maledettamente difficile quando, nel cuore dell’inverno, il tuo amico non c’è più. Il tuo cuore improvvisamente gela. E tu non hai fatto in tempo a dirgli quanto belli erano i suoi occhi.