Giulia e Alessia travolte dal Frecciarossa in stazione. La Procura dice l’ultima parola

Il padre troverà un po’ di pace, ora. L’ultimo giorno di luglio della scorsa estate due sorelle, Giulia ed Alessia, hanno perso la vita nella stazione di Riccione. Erano le prime ore del mattino. Le ragazze nel cuore dell’età inquieta, quella in cui la vita giovane appare un labirinto denso, dove correre senza perdere un istante, prima di voltarsi e chiederci cosa eravamo mai, in quegli anni. Ma quel tempo era ancora lontano, per loro.

Giulia e Alessia, la Procura chiude l'indagine
Giulia e Alessia. QNM.it

Alessia avrebbe compiuto 15 anni due settimane dopo, Giulia 17 a l’ultimo giorno di settembre. E’ l’estate della loro adolescenza, Vivono a Castenaso, e la Riviera non è lontana. E non lo sarebbe anche se lo fosse, perché il desiderio di vivere fa sembrare tutto più vicino e rende le attese interminabili quando ti separa dai luoghi dove la vita – solo  lì – sembra degna di quel nome. Giulia e Alessia non riescono a restare in casa, quella sera. Devono incontrarsi con la loro stessa età, la consueta, oscura spensieratezza dei loro anni. Ma c’è anche quell’inquietudine latente, quasi necessaria, talvolta, per provare a noi stessi di esserci,  e poter osservare negli occhi quell’avventura misteriosa e immensa che gli altri chiamano vita. La madre, Tatiana, è in Romania. Loro vivono con il padre, Vittorio, che vive per loro. E in questa storia qualsiasi altra cosa sfuma, perché tutto gira, vertiginosamente, intorno alla fatalità, all’incomprensibile e al senso, inevitabile, di colpa. Il padre è presente, attento: le porta a scuola, le va a riprendere. Va e torna dalla Riviera, quando l’estate bussa e la vita non è da meno, chiamando le ragazze a vivere la loro età. Le accompagna, dorme in albergo, ritorna insieme alle figlie in auto, il mattino dopo. Loro stanche, assonnate o dormienti, mentre lui percorre la strada che li riporta a casa.

Una famiglia quasi perfetta

Una famiglia quasi perfetta, nonostante le assenze. Tutto sembra in equilibrio. Non è ancora arrivato il momento dello strappo, che lui certo sa inevitabile, quando Alessia e Giulia decideranno di fare da sole e sarà sempre più difficile opporsi. Ma quella sera di fine luglio la routine subisce una deviazione, piccola e insignificante, in apparenza. E’ sabato, e c’è la Riviera. Loro vogliono andare, il padre non può accompagnarle. Tenta di dissuaderle ma la partita è persa in partenza. Andranno con il treno e con il terno torneranno, il mattino dopo. Nessun pericolo perché si terranno lontane dalle auto e dalle guide a rischio ebbrezza di amici e conoscenti. Si faranno accompagnare in stazione e chiameranno il padre, s’intende, per informarlo degli spostamenti. E così accade quella mattina, e con una tempistica che indusse a credere che quello sarebbe stato un giorno come gli altri. Ma arrivate in stazione accade qualcosa che solo gli sconosciuti potranno raccontare, non Alessia e Giulia. Sono le 6:50. Entrano in un bar, sono in apprensione, confuse forse, perché a Giulia hanno rubato la borsa e il cellulare, dicono. Non è un contrattempo da poco, lì dentro c’è tutto: è un diario, una scatola magica. Immagini, pensieri e ricordi, conversazioni e numeri. E’ come se ci avessero portato via il cuore. Vedono Giulia parlare con qualcuno, la sorella piccola è scalza, con gli stivali in mano. E nessuno riuscirà mai a capire perché. Pochi attimi dopo un’immagine che rimarrà nei ricordi di chi ha visto e sentito.  Sono le 7 e Giulia è sui binari, come se si trovasse altrove. Sembra attendere. Alcuni dicono che guarda davanti a sé, altri che si è voltata dall’altra parte, indifferente. Ma è impossibile non si sia accorta, non abbia visto. L’altra sorella, Alessia, è sulla banchina, e sembra volerla raggiungere, dicono. Forse comprende che è tardi e tenta di tornare indietro. Si sentono grida: sono le persone che vedono e non credono, non possono credere, sia vero. E gridare l’unica cosa che riescono a fare. Altri neanche quello: possono solo osservare il treno veloce per Milano che attraversa la stazione di Riccione e travolge le due ragazze.

Il cellulare di Alessia

Quello che vedono dopo quasi non possono descriverlo. La Polfer trova il cellulare di Alessia, intestato alla ditta del padre, ed è costretta chiamare. Lui arriverà, accompagnato dal fratello e da un amico: di Giulia e Alessia è rimasto solo il ricordo: il riconoscimento non poteva considerarsi definitivo, dicono le cronache, e la ragione è tragicamente intuibile. La magistratura per identificare i corpi dispone l’esame del Dna. Impossibile anche solo pensare ad esami tossicologici. E, stanchezza a parte, le ragazze erano sembrate coscienti, sebbene l’epilogo lasciasse aperte altre ipotesi. Cinque mesi dopo anche questo nodo è stato sciolto. E’ la Procura che chiude le indagini, dopo aver raccolto tutti gli elementi ritenuti utili. Alessia e Giulia non avevano assunto nulla: né alcol, né droghe. Nulla. Ed è difficile capire se quest’ultimo dettaglio, utile per la completezza di un fascicolo, possa essere un motivo di sollievo o ragione di un turbamento più profondo. Perché nei sottilissimi equilibri della vita e dell’adolescenza, tutto si può tenere in piedi, quasi per miracolo, e con altrettanta fatalità scompaginarsi e volare via, e la vita essere sconvolta da un dettaglio, come un cellulare smarrito o rubato, un piccolo incidente vissuto come se ci portassero via la vita stessa. Non è nulla, verrebbe da dire, ma in può bastare per confonderci, stancarci oltre il dovuto alle 7 del mattino e farci perdere l’attimo. E,  in un attimo, cambia la vita: per chi è lì, per chi osserva, per le persone che saranno chiamante e per quelli che dovranno riferire qualcosa che nessuno vorrebbe mai dire.