Made in Italy: le aziende italiane finiscono nelle mani degli stranieri

da , il

    Made in Italy, orgoglio nazionale che nell’ultimo secolo ha costruito l’immagine dell’Italia al di fuori dei confini nazionali, traino per l’economia capace di superare senza problemi anche le crisi più profonde. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano ma in pochi sanno davvero di cosa stanno parlando. Partiamo da un presupposto: il Made in Italy è sempre meno italiano, nel senso che le aziende di eccellenza della moda e degli alimentari (i settori che hanno costruito il ‘vivere italiano’) giorno dopo giorno stanno finendo in mani straniere. Acquisite da holding colossali che trasformano le nostre eccellenze in una sorta di fanta-mercato dove vince chi ha più marchi Made in Italy. Cosa cambia per l’economia e l’occupazione di un Paese sempre più in difficoltà?

    L’ultimo eclatante esempio è stato quello della storica azienda dolciaria Pernigotti, ceduta dalla famiglia Averna ai turchi Toksoz.

    Un altro caso di questa raccolta figurine da parte dei colossi (soprattutto francesi, come la LVMH e la Kering) è stata l’acquisizione dell’80% di Loro Piana, simbolo assoluto del cachemere, da parte della Luis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh). Per prima cosa bisogna capire le motivazioni dietro le cessioni di quote a investitori esteri, perché non tutte le aziende si trovano nella stessa situazione: da un lato c’è chi si vede arrivare la classica offerta che non si può rifiutare, soldi freschi da iniettare in azienda e capitali per rilanciare il marchio in un periodo in cui anche il lusso inizia a segnare il passo. Dall’altro troviamo però anche aziende che non navigano in buone acque e che per sopravvivere sono costrette ad affidarsi a un aiuto esterno.

    Se la proprietà passa di mano, questo non significa per forza vendere anche l’anima acconsentendo che anche la produzione lasci il territorio italiano, ma è evidente come si perda comunque quell’unione di intenti che dovrebbe caratterizzare il Made in Italy puro. Forse, in un periodo come quello attuale, parlare di Made in Italy si tratta di utopia, visto che anche molte aziende tutte italiane esternalizzano per ridurre i costi. Il problema è semplice: produrre in Italia conviene sempre di meno, sia per il costo (sacrosanto) della manodopera sia per la pressione fiscale sulle aziende a tratti ridicola (parliamo di quasi il 60% secondo le ultime rilevazioni). Aggiungiamo che allo Stato sembra interessare davvero poco se le eccellenze italiane finiscono all’estero e allora il quadro è completo. Fuga di cervelli e fuga di marchi sono sintomi della stessa malattia.

    Certo, non mancano i casi di aziende nostrane che fanno shopping all’estero acquisendo altri marchi, come ha fatto per esempio Barilla comprando la francese Harry’s e la svedese Wasa, o Luxottica acquisendo lo storico marchio americano Ray-Ban. Si tratta però di rare eccezioni in un mare di cessioni. Qualche esempio? Bulgari ceduto alla Luis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh), già proprieraria di Emilio Pucci, Acqua di Parma e Fendi; Gucci e Pomellato acquisita da Kering (ex Ppr) già a capo di marchi come Fnac e Puma con un carrello ricco di italiane come Dodo, Bottega Veneta, Brioni e Sergio Rossi. Il lusso sembra essere il settore prediletto per la spesa folle delle holding straniere, ma non va meglio neanche alle aziende dell’alimentare, altra eccellenza tutta italiana che finisce in mani altrui.

    Unilever, celebre multinazionale anglo-olandese, nel tempo si è accaparrata Algida, Bertolli (poi ceduto alla spagnola Sos Cuetara, specializzata nel settore visto che già controlla Carapelli e Sasso), Santa Rosa e Flora. Lactalis, da parte sua, ha acquistato la Parmalat e i marchi Galbani e Invernizzi, Cademartori, Locatelli e Président; la Nestlé si è regalata Buitoni e Sanpellegrino, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso e la Valle degli Orti; la Peroni è finita ai sudafricani di SABMiller mentre si è mosso addirittura l’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard, per acquisire Gancia. Il Made in Italy può davvero ancora essere considerato ‘prodotto della cultura italiana’?