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Condannati a morte: un sito raccoglie le ultime parole

Condannati a morte: un sito raccoglie le ultime parole
da in News
    Condannati a morte: un sito raccoglie le ultime parole

    La pena di morte potrà anche essere un lontano ricordo per noi italiani, ma non dobbiamo mai dimenticare che in giro per il mondo sono ancora molti i Paesi che utilizzano questa forma di giustizia (che senza mezze misure consideriamo barbara). I condannati a morte sono spesso oggetto dell’attenzione di media e politica, ma poi una volta che l’esecuzione è stata effettuata cala il sipario e di quelle persone nessuno ricorda più nulla. Il Texas, uno degli Stati più attivi nell’esecuzione di pene capitali, ha deciso di costruire un database con le schede di tutti gli uomini e le donne che sono stati ‘uccisi’ nelle sue carceri. Un sito che è diventato virale perché spesso raccoglie anche le ultime parole dei condannati a morte.

    Quando si parla di pena di morte, contrastata dalle organizzazioni umanitarie, non si deve pensare che questa forma di giustizia arcaica si trovi oggi solo in luoghi lontani come la Corea, la Cina o alcuni dei Paesi del Medioriente e dell’Africa, perché tra i più attivi su questo fronte ci sono i civilissimi Stati Uniti. O meglio, alcuni degli Stati dell’Unione che ancora ritengono la condanna a morte uno strumento legittimo di giustizia ordinaria. Come detto, il Texas è uno dei ‘duri e puri’ che non hanno mai mostrato la volontà di farne a meno e anzi è quella che con maggiore dedizione raccoglie tutte le informazioni sui condannati e le mostra al pubblico, ora anche attraverso gli archivi online della pena di morte consultabili sul sito del Dipartimento di Giustizia Criminale.

    Una vera e propria miniera di documenti privati, un database che mostra, condannato per condannato, tutto ciò che c’è da sapere sulle 500 esecuzioni dal 1976, anno in cui la pena capitale è stata reintrodotta, ad oggi. Per ognuno una scheda informativa con foto segnaletica, dati anagrafici e razziali, reato compiuto descritto nei particolari e tutte le date dall’ingresso in prigione all’esecuzione. Per alcuni si trova anche una toccante sezione dedicata alle ultime parole prima dell’ultimo viaggio verso la camera di esecuzione. Una idea, quella di raccogliere queste testimonianze, che ha ispirato anche un blog attivo dal 2011 e intitolato proprio Last words in the chamber, cui è affiancato un account Twitter. Anche qui si registrano milioni di visite, non solo di curiosi ma anche di avvocati e professori, che intendono studiare quelle parole per avvalorare la loro lotta contro la pena di morte.

    Si tratta di messaggi di diverso tipo: c’è chi si lascia ispirare dai testi sacri e affida la propria anima al suo Dio (Kimberly McCarthy afferma “Questa non è una sconfitta, è una vittoria. Sapete dove sto andando. Sto andando a casa per stare con Gesù“), c’è chi manda un ultimo struggente saluto ai parenti (George Hopper chiede “Scusa perché ho fatto un sacco di errori nella mia vita. Le cose che ho fatto hanno cambiato così tante vite. Non posso tornare indietro, è stata una cosa atroce“) ma c’è anche chi chiede scusa ai famigliari delle vittime (James Porter: “Vorrei chiedere scusa alla famiglia della vittima. Mi dispiace per il dolore che vi ho causato. So che è una perdita enorme e vorrei chiedere scusa. Mi dispiace“).

    I più tremendi, comunque, sono quelli di chi continua a urlare la propria innocenza. Perché non bisogna dimenticare che la pena di morte mostra tutti i limiti del sistema giudiziario, e in passato ricordiamo molti (troppi) casi di persone mandate al macello solo per poi scoprire che erano innocenti. L’iniziativa del blog nei prossimi mesi dovrebbe espandersi anche ad altri Stati in cui è ancora attiva la pena capitale, ma iniziare dal Texas era doveroso se si pensa che il numero di esecuzioni supera di cinque volte quello del secondo stato più attivo ovvero la Virginia. Il giorno in cui si porrà fine a questa barbarie sarà comunque troppo tardi.

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