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Gli errori grammaticali che è meglio non fare: da Facebook agli sms

Gli errori grammaticali che è meglio non fare: da Facebook agli sms
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    Gli errori grammaticali che è meglio non fare: da Facebook agli sms

    Basta una visita fugace sui social network per rendersi conto che sono pieni di errori grammaticali, anche e soprattutto nelle frasi d’amore. I ragazzi, ma non solo, si esprimono sempre più attraverso un italiano inventato, che cerca di fare a meno delle regole di sintassi e di lessico, persino quelle basilari che si insegnano alle scuole elementari. Quando l’errore di grammatica (o potremmo dire anche orrore) prende possesso dello status di Facebook o degli accorati sms, non c’è appello appassionato che tenga: l’effetto romantico viene sciolto immediatamente in un bicchiere di vergogna e derisione. Perché l’errore grammaticale non è solo questione di scarsa conoscenza, ma anche di cattive abitudini.

    Certo, le nuove tecnologie hanno modificato il modo di esprimersi, cancellando di fatto termini ormai desueti e introducendo neologismi ad hoc, ma questo non significa certo che si debba rinunciare alla grammatica o alla corretta sintassi quando ci si esprime. Se l’Accademia della Crusca ha accettato, di fatto, termini che fino a qualche tempo fa sarebbero stati errori madornali (‘il zucchero’, ‘la ministro’, per citarne due), il rischio è che le cattive abitudini del web vengano reiterate trasferite anche al piano della realtà di tutti i giorni. Provocando quel fenomeno noto come impoverimento della lingua, che gli esperti preferiscono identificare con l’analfabetismo di ritorno. Questi errori nell’utilizzo dell’italiano, infatti, non sono più prerogativa di chi si è fermato alla quinta elementare, ma coinvolgono anche i laureati (senza contare imprenditori e politici) in una fiera degli orrori senza fine, che trova nei social network il suo palcoscenico privilegiato.

    L’italiano medio (termine odioso ma necessario in questa sede) utilizza le tecnologie per esprimere due concetti fondamentali: opinioni qualunquiste e sentimenti pieni di pathos stereotipato. Nel primo caso ci troviamo davanti a discorsi inconcludenti, degni di un tema di quarta elementare, utilizzati per esprimere, però, idee complesse (forse troppo). L’errore grammaticale, incastonato in questo contesto, ottiene l’effetto di distruggere ogni pretesa di serietà: consecutio temporum a casaccio, utilizzo della ‘h’ quantomeno fantasioso, congiuntivi dimenticati nel cassetto, struttura della frase claudicante, punti e virgole messi un po’ qui un po’ lì senza coerenza. Per chi legge si tratta di uno strazio, ma l’errore grammaticale nelle frasi d’amore è anche peggio. L’amore sgrammaticato è così clamoroso da ottenere lo status di cult tra gli utenti della rete.

    Ci troviamo, così, ad assistere a serenate virtuali in cui l’oggetto dell’amore viene bersagliato con frasi che pescano a piene mani dalla tradizione letteraria, con la speranza di centrare il bersaglio e sciogliere un cuore. Il vero problema non è la banalità di quanto si dice, ma la noncuranza con cui si riportano, in modo sbagliato, versi e intere frasi di libri o poesie. Allora non si ride solo dell’intenzione ma, il che è peggio, sia dell’intenzione e dell’esecuzione.

    Per un innamorato non potrebbe esserci esperienza peggiore. E non ci riferiamo neanche al cosiddetto ‘linguaggio da bimbominkia‘, che elimina la ‘h’ per questioni di produttività ed efficienza, ma proprio a quegli errori grammaticali così clamorosi da far cascare le braccia: se “la mia vita non può più vivere senza di te” allora è meglio dire “A dio Pupa, tio amato” e andare via. Perché se “tu ai datto un senzo alla mia vita“, è quasi impossibile dare un senso a quanto si legge.

    Quali sono gli errori grammaticali più comuni che evidenziano questo analfabetismo di ritorno?
    - Molti sembrano non conoscere la differenza tra anno e hanno, con conseguenze evidenti sul significato di quanto affermano.
    - I dittonghi, questi sconosciuti. Basta fare una ricerca su Google per rendersi conto di come molti non abbiano idea di cosa sia il dittongo. Il più temuto in assoluto è quello ‘ie’, che regala perle assolute come celo al posto di cielo o ceco al posto di cieco (è uno che non vede o viene dalla Repubblica Ceca?).
    - Ce n’è o non ce n’è: apostrofi, elisioni e contrazioni mettono in fuga l’italiano medio, che piange lacrime amare quando deve scrivere ‘ce n’è’, che spesso si trasforma in ‘ce né’, c’è ne’ o ‘c’è né’.
    - Il plurale: persino portare una parola dal singolare al plurale può costare fatica, soprattutto se il termine in questione finisce per -cia o -gia. Il panico. Ci vuole la ‘i’ nel plurale o no? Camicia al plurale è camicie o camice? Se devo mangiare più di una ciliegia, mangerò le ciliegie o lo ciliege? Un consiglio semplice: osservate la lettera che precede dal ‘c’ o la ‘g’. Se è una vocale, allora questa viene conservata anche al plurale.
    - Essere o avere: non è un dubbio etico ma il mistero che molti non riescono a sciogliere. Il mistero degli ausiliari che, sempre più spesso, vengono associati a casaccio (‘ho andato’), soprattutto quando ci sono di mezzo i modali (‘ha dovuto andare’ invece di ‘è dovuto andare’). La regola vuole che il servile prende l’ausiliare del verbo che lo segue, non ci sono scuse!

    Possiamo accettare che sms e social network abbiano cambiato il modo di comunicare, costringendo alla sintesi forzata (i famosi 140 caratteri di Twitter), ma riassumere non significa deturpare una lingua che ha secoli di gloriosa tradizione. Si parla tanto dell’importanza dell’inglese nelle scuole, ed è una battaglia sacrosanta. Forse, però, qualcuno dovrebbe anche pensare a dei corsi di italiano per chi usa sms e siti web. Perché a volte è meglio posare lo smartphone e riprendere il libro di grammatica italiana.

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